martedì, marzo 16, 2010
Paura...
Ti tengo lontano perché mi sembra Tu voglia sconvolgere la mia vita. Dico mi sembra: leggo di Te, mi parlano di Te, talvolta io parlo di Te. Ti conosco per sentito dire e esigente è l'aggettivo che Ti descrive. Perdonami ho paura di Te. Lavoro, famiglia, impegni e desideri, tutto calcolato e programmato. Mi illudo lo so. Do per certo ciò che certo non è. Mi spaventa ciò che Tu mi potresti chiedere e allora non mi pongo al Tuo cospetto con sincerità, fingo come un bambino. Che sciocco che sono.
martedì, febbraio 23, 2010
pregate così
Dicono che su alcune questioni Gesù non si sia espresso chiaramente, sarà stata forse colpa del fatto che nessuno era lì con un registratore a catturare ogni esatta espressione, chiaro appare però il suo insegnamento circa la preghiera.
"In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: "Pregando, non sprecate parole come i pagani, i quali credono di venire ascoltati a forza di parole. Non siate dunque come loro, perché il Padre vostro sa di quali cose avete bisogno ancor prima che gliele chiediate. Voi dunque pregate così: Padre nostro che sei nei cieli sia santificato il tuo nome; venga il tuo regno; sia fatta la tua volontà..."
Il vangelo odierno di questo tempo quaresimale -Matteo capitolo 6-, non lascia dubbi: pregare non è pronunciare tante parole. Ci troviamo di fronte ad un invito alla sobrietà, addirittura ci viene detto cosa dobbiamo dire, giusto per non farci spendere parole inutilmente. Gesù non poteva essere più chiaro.
Pregando dunque chiedete di fare la volontà di Dio. Pregando aprite la vostra persona per accogliervi Dio, come un albero accoglie l'acqua che lo disseta e gode del sole che lo illumina. "Bisogna essere come l'albero che è sempre in preghiera", asserisce Garcia Lorca.
Allora cerco di fare mie quelle indicazioni del Maestro.
Faccio della preghiera il mio esercizio per vivere eretto in faccia a Dio.
Ale.
"In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: "Pregando, non sprecate parole come i pagani, i quali credono di venire ascoltati a forza di parole. Non siate dunque come loro, perché il Padre vostro sa di quali cose avete bisogno ancor prima che gliele chiediate. Voi dunque pregate così: Padre nostro che sei nei cieli sia santificato il tuo nome; venga il tuo regno; sia fatta la tua volontà..."
Il vangelo odierno di questo tempo quaresimale -Matteo capitolo 6-, non lascia dubbi: pregare non è pronunciare tante parole. Ci troviamo di fronte ad un invito alla sobrietà, addirittura ci viene detto cosa dobbiamo dire, giusto per non farci spendere parole inutilmente. Gesù non poteva essere più chiaro.
Pregando dunque chiedete di fare la volontà di Dio. Pregando aprite la vostra persona per accogliervi Dio, come un albero accoglie l'acqua che lo disseta e gode del sole che lo illumina. "Bisogna essere come l'albero che è sempre in preghiera", asserisce Garcia Lorca.
Allora cerco di fare mie quelle indicazioni del Maestro.
Faccio della preghiera il mio esercizio per vivere eretto in faccia a Dio.
Ale.
sabato, gennaio 30, 2010
il profeta
A Nazaret in Galilea corre il nostro pensiero quando pensiamo all'infanzia di Gesù, ci ricordiamo meno che in quel luogo Gesù rivela la propria identità e di conseguenza la missione a lui affidata. La liturgia ce lo ricorda (condensando anni in una manciata di settimane), appena dopo la nascita, dopo la misteriosa scomparsa a Gerusalemme, il battesimo sul Giordano, Gesù torno in Galilea da profeta. Non più e non solo il figlio di Giuseppe, ma colui nel quale lo Spirito del Signore agisce, mandato ad annunziare ai poveri un lieto messaggio, ai prigionieri la liberazione, ai ciechi la vista, la libertà per gli oppressi. Gesù fa suo il passo del profeta Isaia e dice: io, figlio di Giuseppe, rispondo a pieno titolo a quanto annunciato da Isaia. Cosa accadde dopo questa rivelazione? Tutti nella sinagoga furono pieni di sdegno, si levarono e lo cacciarono fuori dalla città e lo condussero fin sul ciglio del monte sul quale la loro città era situata, per gettarlo giù nel precipizio. Accadde semplicemente il rifiuto di Gesù e della missione a lui affidata dal Padre, tutto secondo programma.
Si perché Gesù è un profeta e come tale non è ben accetto.
Ora noi ci ritroviamo fra le mani questa storia, la rileggiamo conoscendo antefatti e conclusione e potremmo anche indignarci per il comportamento di quegli uomini, senza accorgerci di replicare il copione pari pari anche qui e ora, spingendo Gesù sul ciglio del nostro cuore, su cui è costruita la nostra esistenza, per gettarlo fuori dalla nostra vita. Accettare Gesù e la sua missione non è cosa facile! Perché Dio attraverso i suoi profeti si spinge sempre oltre i nostri calcoli e le nostre previsioni, lo dice Gesù stesso portando ad esempio la vicenda di Elia ed Eliseo.
I poveri, i prigionieri, i ciechi e gli oppressi, che bella compagnia ci prepara Gesù, no meglio chiudere la porta, non rischiare.
Annota il vangelo al termine di questa vicenda: Ma egli passando in mezzo a loro, proseguì sulla sua strada.
Conosciamo bene dove ha portato quella strada: alla morte in croce per i giusti e per gli ingiusti e al premio, la firma del padre sulla vita di Cristo, la resurrezione. Che significa che quel profeta è ancora qui in mezzo a noi...
Si perché Gesù è un profeta e come tale non è ben accetto.
Ora noi ci ritroviamo fra le mani questa storia, la rileggiamo conoscendo antefatti e conclusione e potremmo anche indignarci per il comportamento di quegli uomini, senza accorgerci di replicare il copione pari pari anche qui e ora, spingendo Gesù sul ciglio del nostro cuore, su cui è costruita la nostra esistenza, per gettarlo fuori dalla nostra vita. Accettare Gesù e la sua missione non è cosa facile! Perché Dio attraverso i suoi profeti si spinge sempre oltre i nostri calcoli e le nostre previsioni, lo dice Gesù stesso portando ad esempio la vicenda di Elia ed Eliseo.
I poveri, i prigionieri, i ciechi e gli oppressi, che bella compagnia ci prepara Gesù, no meglio chiudere la porta, non rischiare.
Annota il vangelo al termine di questa vicenda: Ma egli passando in mezzo a loro, proseguì sulla sua strada.
Conosciamo bene dove ha portato quella strada: alla morte in croce per i giusti e per gli ingiusti e al premio, la firma del padre sulla vita di Cristo, la resurrezione. Che significa che quel profeta è ancora qui in mezzo a noi...
lunedì, dicembre 28, 2009
Gesù dodicenne
27/12/2009 Santa Famiglia, pensieri attorno a Gesù dodicenne.
Era la festa di pasqua, la dodicesima per il figlio di Giuseppe e Maria. Come consuetudine la famiglia e i parenti erano saliti a Gerusalemme per i riti. Trascorsi i giorni avevano preso la via del ritorno, la carovana si era rimessa in moto e nella confusione non si accorsero dell'assenza di Gesù.
Non è il caso di lanciarsi in giudizi morali sull'avvenimento e su quanto tempo ci misero a realizzare il fatto. Ci interessa registrare il segnale che Dio non si è dimenticato di questa coppia di nazaret e oggi, a distanza di dodici anni circa dall'annuncio e dalla nascita, torna a farsi vivo. Infatti come non leggere qualcosa di divino nei fatti che occorrono: un bimbo di dodici anni smarrito e solo nella città santa per tre lunghi giorni, ritrovato nel tempio fra i maestri e i dotti, asserisce di doversi occupare delle cose del padre.
Penso a Maria, forse in cuor suo aveva provato un pò di perplessità in questi dodici anni, ormai l'annuncio era lontano e di angeli nemmeno l'ombra. Solo quel figlio uguale in tutto e per tutto ad ogni altro bimbo. Ora quelle parole pronunciate nel tempio e la gente che si stupisce della sua intelligenza.
Davvero Dio è ancora con noi. L'Emmanuele lo chiameranno, questi i pensieri che martellan la mente di Maria. Colpi secchi ritmati come quelli del suo Giuseppe quando pianta i chiodi nel legno. Il suo Giuseppe, dodici anni di silenzio, un figlio non suo, eppure ancora lì al suo fianco. Davvero uomo giusto.
Scenderanno a Nazaret con il piccolo Gesù a loro sottomesso, il vangelo non registra altre "trovate" del figlio, ma quei tre giorni lasceranno un segno indelebile nella vita di Maria.
Tre giorni e tre notti nel ventre della terra l'adulto Gesù passerà, poi sua madre lo riavrà una volta per sempre. L'Emmanuele, il Dio con noi, ancora, per sempre, sarà.
Ale.
Era la festa di pasqua, la dodicesima per il figlio di Giuseppe e Maria. Come consuetudine la famiglia e i parenti erano saliti a Gerusalemme per i riti. Trascorsi i giorni avevano preso la via del ritorno, la carovana si era rimessa in moto e nella confusione non si accorsero dell'assenza di Gesù.
Non è il caso di lanciarsi in giudizi morali sull'avvenimento e su quanto tempo ci misero a realizzare il fatto. Ci interessa registrare il segnale che Dio non si è dimenticato di questa coppia di nazaret e oggi, a distanza di dodici anni circa dall'annuncio e dalla nascita, torna a farsi vivo. Infatti come non leggere qualcosa di divino nei fatti che occorrono: un bimbo di dodici anni smarrito e solo nella città santa per tre lunghi giorni, ritrovato nel tempio fra i maestri e i dotti, asserisce di doversi occupare delle cose del padre.
Penso a Maria, forse in cuor suo aveva provato un pò di perplessità in questi dodici anni, ormai l'annuncio era lontano e di angeli nemmeno l'ombra. Solo quel figlio uguale in tutto e per tutto ad ogni altro bimbo. Ora quelle parole pronunciate nel tempio e la gente che si stupisce della sua intelligenza.
Davvero Dio è ancora con noi. L'Emmanuele lo chiameranno, questi i pensieri che martellan la mente di Maria. Colpi secchi ritmati come quelli del suo Giuseppe quando pianta i chiodi nel legno. Il suo Giuseppe, dodici anni di silenzio, un figlio non suo, eppure ancora lì al suo fianco. Davvero uomo giusto.
Scenderanno a Nazaret con il piccolo Gesù a loro sottomesso, il vangelo non registra altre "trovate" del figlio, ma quei tre giorni lasceranno un segno indelebile nella vita di Maria.
Tre giorni e tre notti nel ventre della terra l'adulto Gesù passerà, poi sua madre lo riavrà una volta per sempre. L'Emmanuele, il Dio con noi, ancora, per sempre, sarà.
Ale.
giovedì, giugno 04, 2009
Noi e la politica
Giuseppe Dossetti, uno dei padri costituenti italiani, ha saputo descrivere con una espressione provocatoria il male del nostro tempo: “la notte del noi”, l’incapacità cioè dei tempi di oggi di coniugare i verbi della nostra vita nella prima persona plurale, il “noi”. (...) Ma se fosse proprio la politica, l’arte dell’unità per antonomasia, la casa da dove rimettere in moto l’agire plurale? (Lucia Fronza Crepaz - Presidente Centro Internazionale Movimento politico per l’unità)
Non sono un politico né una persona specificamente formata sul tema.
Guardo i movimenti, i partiti, le istituzioni, le liste, i cittadini, dalla "finestra di casa mia" e medito, lo faccio da qualche anno, me ne prendo altri "X" per condividere i pensieri fatti.
Inizio ora, a pochi giorni dal voto per le amministrative del mio Comune.
C'è un bel fermento, incontri, comizi, assemblee e futuri sindaci che parlano di vicinanza al territorio, di mettersi a disposizione del bene comune, di ascoltare, di ascoltare... ma invero non vedo proposta nessuna strategia affinché il NOI torni protagonista.
Rimettere al centro il NOI mi pare debba essere priorità della politica, attraverso percorsi culturali/formativi si sviluppi e sostenga un'idea di comunità.
Perché solo un'insieme: la comunità può dire/comprendere il BENE.
Quali strategie per rimettere al centro il NOI?
Non esiste una risposta univoca né certa mi pare, penso si possano fare dei tentativi (senza per altro correre grandi rischi).
Dicevo che c'è fermento: incontri, dibattiti, ci si trova nei quartieri, nelle case private a discutere, mi chiedo perché non continuare su questa strada anche dopo le elezioni, portare la politica tra la gente oltre che chiedere alla gente di interessarsi di politica.
Portare nella case, nei quartieri, le questioni che si dibatteranno nei consigli comunali, farlo con lo stile del dialogo franco, con l'atteggiamento di chi cerca di condividere i problemi che si trova ad affrontare come amministratore.
Si tratta di attivare un processo reale di condivisione/informazione (fondendo i principi della democrazia rappresentativa con quelli della democrazia partecipativa).
Un processo che FA CULTURA, perché fa crescere sia chi lo implementa (arricchimento dei propri punti di vista) sia chi lo "riceve" (accrescimento della cultura civica).
FARE cultura/formazione è il primo compito, a mio avviso, della politica, per rimettere al centro il NOI e poter dire siamo/facciamo comunità.
Con presunzione, Ale.
Non sono un politico né una persona specificamente formata sul tema.
Guardo i movimenti, i partiti, le istituzioni, le liste, i cittadini, dalla "finestra di casa mia" e medito, lo faccio da qualche anno, me ne prendo altri "X" per condividere i pensieri fatti.
Inizio ora, a pochi giorni dal voto per le amministrative del mio Comune.
C'è un bel fermento, incontri, comizi, assemblee e futuri sindaci che parlano di vicinanza al territorio, di mettersi a disposizione del bene comune, di ascoltare, di ascoltare... ma invero non vedo proposta nessuna strategia affinché il NOI torni protagonista.
Rimettere al centro il NOI mi pare debba essere priorità della politica, attraverso percorsi culturali/formativi si sviluppi e sostenga un'idea di comunità.
Perché solo un'insieme: la comunità può dire/comprendere il BENE.
Quali strategie per rimettere al centro il NOI?
Non esiste una risposta univoca né certa mi pare, penso si possano fare dei tentativi (senza per altro correre grandi rischi).
Dicevo che c'è fermento: incontri, dibattiti, ci si trova nei quartieri, nelle case private a discutere, mi chiedo perché non continuare su questa strada anche dopo le elezioni, portare la politica tra la gente oltre che chiedere alla gente di interessarsi di politica.
Portare nella case, nei quartieri, le questioni che si dibatteranno nei consigli comunali, farlo con lo stile del dialogo franco, con l'atteggiamento di chi cerca di condividere i problemi che si trova ad affrontare come amministratore.
Si tratta di attivare un processo reale di condivisione/informazione (fondendo i principi della democrazia rappresentativa con quelli della democrazia partecipativa).
Un processo che FA CULTURA, perché fa crescere sia chi lo implementa (arricchimento dei propri punti di vista) sia chi lo "riceve" (accrescimento della cultura civica).
FARE cultura/formazione è il primo compito, a mio avviso, della politica, per rimettere al centro il NOI e poter dire siamo/facciamo comunità.
Con presunzione, Ale.
domenica, maggio 31, 2009
Hai scritto il 27 aprile 2009 alle 21.33 su facebook nella pagina dedicata alle proposte per il convegno giovanile diocesano:
Nella pagine di questo spazio internet sono aperte (sino ad ora) 3 discussioni: una che chiede di suggerire idee al Vescovo Luciano, una che invita a riflettere sulla pastorale giovanile oltre l'oratorio e l'ultima che si interroga su cosa FARE in oratorio.
Sono tutti argomenti strettamente correlati e mi sembra che gli ultimi due possano fornire "risposte" al primo quesito. Ovvero se la meta è pensare la pastorale dentro e oltre l'oratorio, in funzione della meta si definiranno le idee che portano ad incontrare come Chiesa TUTTI i giovani.
Quindi concentrerò la mia attenzione sulla pastorale, presentando il mio modesto punto di vista, di educatore e di non + giovane (sono arrivato a 31 e mi sento un po' adulto!). Opinioni che mi sono creato con l'esperienza e con il "sentore". A tal riguardo mi piacerebbe invitare chi gestisce questo gruppo a fornire dei dati oggettivi sulla vita e sulla vitalità degli oratori, e sulla pastorale posta in essere. Potrebbero costituire un buon punto di partenza per avere opinioni + precise meno dettate dal "mi pare" e quindi + realistiche. Quando questi dati saranno noti forse anche molte mie parole saranno fuori luogo, per ora prendetele così: come un primo lancio.
Credo sia sotto gli occhi di tutti un certo abbandono degli oratori da parte dei giovani (intendendo la fascia 18-30), l'oratorio non è più la casa del giovane, definizione ormai desueta, da cui però mi piacerebbe ripartire.
Definire l'oratorio una casa vuol dire dotarlo di tutto quanto fa casa, in primis: persone accoglienti che ti amano e ti perdonano (come in una famiglia), poi spazi di vita comune: il salotto, la cucina. Spazi di riflessione: lo studio. Spazi intimi: la camera, il bagno. Spazi protettivi: il tetto.
Riprendo e chiarifico - se riesco!- quanto espresso con metafore:
I nostri oratori sono abitati da persone accoglienti? Come la Chiesa si relaziona/si presenta ai giovani? (un convegno potrebbe chiederselo!)
Usiamo la morale come metodo educativo o la poniamo come obiettivo da raggiungere? (un convegno potrebbe chiederselo!)
Curiamo gli spazi di vita comune? Ovvero il bar offre "cose sane" (prodotti bio - solidali - alcool si alcool no...) o semplicemente è identico a qualunque esercizio commerciale? Il "salotto" presenta intrattenimenti "intelligenti" o è simile a qualunque sala giochi? (un convegno potrebbe chiederselo!)
Esistono degli spazi di riflessione culturalmente alti? (un convegno potrebbe chiederselo!)
Si cura la spiritualità dei giovani dando spazio al cammino personale di ciascuno, alla relazione con la Parola? (un convegno potrebbe chiederselo!)
Si difende la vita prima che la fede? L'oratorio può essere anche un rifugio x chi sbaglia? (un convegno potrebbe chiederselo!)
Ho posto molte domande perché credo sia importante il confronto x costruire un sentire comune sulla pastorale, perché la Chiesa si presenti con un solo volto.
Questo il pensiero relativo alla vita nel e dell'oratorio, guardando fuori mi vien da dire che mi piacerebbe una Chiesa che interroga e discerne con la società civile tutta (scuola, amministrazioni, associazioni...) come essa si pone di fronte ai giovani. E' consapevole di essere educativa per natura? Cioè testimone 24 su 24 di stili di vita che i giovani fanno loro.
Infondo si pretende che i giovani siano diversi da come siamo noi, ma noi non cambiamo e quindi nemmeno loro. Resta così fissa quella distanza generazionale ben espressa da Italo Calvino: "La vera distanza tra due generazioni è data dagli elementi che esse hanno in comune e che obbligano alla ripetizione ciclica delle stesse esperienze, come nei comportamenti delle specie animali trasmessi come eredità biologica; mentre invece gli elementi di vera diversità tra noi e loro sono il risultato dei cambiamenti irreversibili che ogni epoca porta con sé, cioè dipendono dalla eredità storica che noi abbiamo trasmesso a loro, la vera eredità di cui siamo responsabili, anche se talora inconsapevoli. Per questo non abbiamo niente da insegnare: su ciò che più somiglia alla nostra esperienza non possiamo influire; in ciò che porta la nostra impronta non sappiamo riconoscerci."
Grazie, Alessandro.
(Vicepresidente del settore giovani di Azione Cattolica - Brescia)
Nella pagine di questo spazio internet sono aperte (sino ad ora) 3 discussioni: una che chiede di suggerire idee al Vescovo Luciano, una che invita a riflettere sulla pastorale giovanile oltre l'oratorio e l'ultima che si interroga su cosa FARE in oratorio.
Sono tutti argomenti strettamente correlati e mi sembra che gli ultimi due possano fornire "risposte" al primo quesito. Ovvero se la meta è pensare la pastorale dentro e oltre l'oratorio, in funzione della meta si definiranno le idee che portano ad incontrare come Chiesa TUTTI i giovani.
Quindi concentrerò la mia attenzione sulla pastorale, presentando il mio modesto punto di vista, di educatore e di non + giovane (sono arrivato a 31 e mi sento un po' adulto!). Opinioni che mi sono creato con l'esperienza e con il "sentore". A tal riguardo mi piacerebbe invitare chi gestisce questo gruppo a fornire dei dati oggettivi sulla vita e sulla vitalità degli oratori, e sulla pastorale posta in essere. Potrebbero costituire un buon punto di partenza per avere opinioni + precise meno dettate dal "mi pare" e quindi + realistiche. Quando questi dati saranno noti forse anche molte mie parole saranno fuori luogo, per ora prendetele così: come un primo lancio.
Credo sia sotto gli occhi di tutti un certo abbandono degli oratori da parte dei giovani (intendendo la fascia 18-30), l'oratorio non è più la casa del giovane, definizione ormai desueta, da cui però mi piacerebbe ripartire.
Definire l'oratorio una casa vuol dire dotarlo di tutto quanto fa casa, in primis: persone accoglienti che ti amano e ti perdonano (come in una famiglia), poi spazi di vita comune: il salotto, la cucina. Spazi di riflessione: lo studio. Spazi intimi: la camera, il bagno. Spazi protettivi: il tetto.
Riprendo e chiarifico - se riesco!- quanto espresso con metafore:
I nostri oratori sono abitati da persone accoglienti? Come la Chiesa si relaziona/si presenta ai giovani? (un convegno potrebbe chiederselo!)
Usiamo la morale come metodo educativo o la poniamo come obiettivo da raggiungere? (un convegno potrebbe chiederselo!)
Curiamo gli spazi di vita comune? Ovvero il bar offre "cose sane" (prodotti bio - solidali - alcool si alcool no...) o semplicemente è identico a qualunque esercizio commerciale? Il "salotto" presenta intrattenimenti "intelligenti" o è simile a qualunque sala giochi? (un convegno potrebbe chiederselo!)
Esistono degli spazi di riflessione culturalmente alti? (un convegno potrebbe chiederselo!)
Si cura la spiritualità dei giovani dando spazio al cammino personale di ciascuno, alla relazione con la Parola? (un convegno potrebbe chiederselo!)
Si difende la vita prima che la fede? L'oratorio può essere anche un rifugio x chi sbaglia? (un convegno potrebbe chiederselo!)
Ho posto molte domande perché credo sia importante il confronto x costruire un sentire comune sulla pastorale, perché la Chiesa si presenti con un solo volto.
Questo il pensiero relativo alla vita nel e dell'oratorio, guardando fuori mi vien da dire che mi piacerebbe una Chiesa che interroga e discerne con la società civile tutta (scuola, amministrazioni, associazioni...) come essa si pone di fronte ai giovani. E' consapevole di essere educativa per natura? Cioè testimone 24 su 24 di stili di vita che i giovani fanno loro.
Infondo si pretende che i giovani siano diversi da come siamo noi, ma noi non cambiamo e quindi nemmeno loro. Resta così fissa quella distanza generazionale ben espressa da Italo Calvino: "La vera distanza tra due generazioni è data dagli elementi che esse hanno in comune e che obbligano alla ripetizione ciclica delle stesse esperienze, come nei comportamenti delle specie animali trasmessi come eredità biologica; mentre invece gli elementi di vera diversità tra noi e loro sono il risultato dei cambiamenti irreversibili che ogni epoca porta con sé, cioè dipendono dalla eredità storica che noi abbiamo trasmesso a loro, la vera eredità di cui siamo responsabili, anche se talora inconsapevoli. Per questo non abbiamo niente da insegnare: su ciò che più somiglia alla nostra esperienza non possiamo influire; in ciò che porta la nostra impronta non sappiamo riconoscerci."
Grazie, Alessandro.
(Vicepresidente del settore giovani di Azione Cattolica - Brescia)
giovedì, aprile 23, 2009
Un buon bosco dove fare legna
Piccolo spot:
Vendo alcuni miei scatti attraverso l'agenzia fotografica UZOOM, una delle poche Italiane sulla rete...
Se siete in cerca di immagini questo è un buon bosco dove fare legna.
Di seguito i link al sito: www.uzoom.it
e alla mia pagina:
http://www.uzoom.it/view_photog.php?photogid=176
Ciao Ale.
Vendo alcuni miei scatti attraverso l'agenzia fotografica UZOOM, una delle poche Italiane sulla rete...
Se siete in cerca di immagini questo è un buon bosco dove fare legna.
Di seguito i link al sito: www.uzoom.it
e alla mia pagina:
http://www.uzoom.it/view_photog.php?photogid=176
Ciao Ale.
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